L’anonimato e l’eccidio della negligenza

scritto da Insideyou
Scritto 7 anni fa • Pubblicato 15 ore fa • Revisionato 15 ore fa
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L'umiltà non si possiede o si sceglie, ma giunge quando si è visto e compreso ciò che si è e gli inganni e le meschinità che forbiamo continuamente per fuggire dalla paura di non essere nulla.
- Nota dell'autore Insideyou

Testo: L’anonimato e l’eccidio della negligenza
di Insideyou

L'invidia prende il sopravvento sopra ogni cosa, perché stuprando il sé ripetutamente con i suoi amplessi di potere, scaturiti dall’ansia del successo e dalla sensazione del raggiungere, lo rende espanso ed evidente ogni oltre misura nel reiterarla. L'ego allora si manifesta spudoratamente: in ogni sguardo fulmineo di paura, di sospetto o di disprezzo; in ogni costruita parola di adorazione, di malizia o di celebrazione; in ogni gesto concupiscente di desiderio o di possesso, di aspettativa o di riconoscimento, di ambizione o di prevaricazione.

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Il sole era già alto e caldo in quel mattino luminoso appena dischiuso dall'alba: non solo aveva colorato di rosso vivo le fiancate del vulcano, ma la sua arsura irruenta si era adagiata inspiegabilmente sull'asfalto della lunga strada statale che si insinuava tra i monti e trattenendosi sul suo manto lucente, illudeva i pendolari al lavoro che sull'autostrada vi fosse un vasto fiume d'acqua bollente che li avrebbe prima o poi inondati.

L'imponente ed importante area di servizio di quel raccordo autostradale, impossibile da non notare, era un crocevia di camionisti, di lavoratori ambulanti, di manager e di persone influenti dell'alto rango: la loro mistura era stravagante, perché non solo l'inflessione e la modalità del vocio erano contrastanti e peculiari, ma anche la posa, sorretta con metodo precostituito dal rispettabile ed a malapena abbozzata dal manovale, sembravano fondersi con astrusa dovizia alla necessità del banchettare e quei tasselli delineati ma divisori della loro relativa appartenenza sociale, diventavano così stranamente riuniti.

Come spesso avveniva nel furtivo incontro di ogni giorno, anche quella mattina al bar c'era lei, quella dolce fanciulla di una bellezza incomparabile: l'eleganza della gestualità, la forma aggraziata del viso e l'esuberanza smodata della gioventù frammista ad una notevole sensualità, opacizzata però dal pudore recondito della vergogna, modellavano un corpo venusto e suadente, adornato da una innocenza sublime e davvero sorprendente, anche se trattenuta, mascherata e soppressa brutalmente dall'apparire conformato, costruito, regolato e condizionato dal casato e dalla forgia trucemente modellata dall'imitazione e da quella ricerca scellerata del primato, del prestigio e della notorietà. Il suo occhio puro, inoltre e purtroppo, non appena era scorto da chiunque, lasciava immediatamente il posto allo sguardo piccante, malizioso, vanesio ed intrigante dell'ego assetato di attenzioni, ma ciò perdurava solamente per qualche sfuggente attimo: subito dopo giungeva solenne infatti il distacco, la finzione, la vergogna, quel distogliere frettolosamente e distrattamente l’insistente incrocio del visto languido dell’altro, quell'indifferenza gelida e sfuggente che celava con una sapienza maestra e condizionata dai molti millenni, la paura ancestrale del mostrarsi veramente nudi interiormente, variegata dalle innumerevoli violenze e crudeltà perpetrate e subìte dalla donna.

Il sé forbirebbe qualsiasi inganno, anche quello più meschino, per trattenersi negli schemi reiteranti del passato che lo strutturano: la sua intelligenza sconfinata, seppur limitata dalla stessa memoria che ripete meccanicamente i riflessi di sé stessa, è in grado di manifestare il truce giudizio, l’astuzia, il rude controllo, l'atroce disciplina e l'ammaliante giustificazione per glorificare le sue pulsioni, la sua vanità ed il suo orgoglio.

Ma quella non è l'intelligenza della sensibilità, della diligenza, della cura e della passione; è l'intelligenza arida, calcolata, gelida ed oscura della meccanicità, quella che risponde dal conosciuto, dai confronti, dalle misure, dal sapere e dal tempo che modella abilmente le stesse reazioni ed i medesimi comportamenti per addurre solo e solamente il piacere della ripetizione. Pur sapendo di essere un convoglio di ricordi, il sé utilizzerà il vestito apparente della semplicità, della bontà, della bellezza, del pudore e della timidezza, per raggiungere sempre i suoi fini, i suoi scopi e le sue mete; ma affidarsi ai buoni propositi, così come all'apparenza dell'essere buoni, all’etichetta del sano agire, oppure alla moralità dell'appartenenza ad un gruppo religioso o sociale, è come lavare un pavimento sporco con la stessa acqua e solamente al centro, lasciando gli angoli nascosti ricolmi del sudiciume della meschinità e della negligenza, che continueranno ad accumularsi.

La diligenza non è l'opposto della negligenza.
Sforzarsi di essere diligenti è negligenza.
Disciplinarsi e conformarsi al metodo, alla pratica o all'esercizio per diventare diligenti, è difatti ancora negligenza.
Conquistare sé stessi come degli asceti attraverso il controllo, la tortura, il castigo e la rinuncia, fisica e psicologica, adducendosi il piacere del sentirsi disciplinati, conformati ed integri, è di nuovo la negligenza subdola di raggiungere uno scopo, che è l'avidità del conquistare un obiettivo per compiacersi di esserci riusciti.

Non evitare più la negligenza, osservarne i moti, le direzioni, le brutture e gli aspetti mediocri del suo perverso movimento è invece la diligenza della comprensione di sé stessi. Con tale sensibilità, allora possiamo chiederci: perché condanniamo sottilmente l'anonimato? Perché lo utilizziamo come metro di misura per indicare il debole, il pigro, l'indolente, l'asociale o colui che ha fallito? Perché dobbiamo a tutti i costi essere qualcuno, lottare per emergere dalla massa, primeggiare, torturarci per raggiungere il risultato, conformarci ed imitare per acquisire il titolo che suggellerà il vanto, sacrificarci in nome del successo, sperare dalla frustrazione dell'incontentabilità sempre in quel domani che forse ci salverà, ignorando così quest'oggi che ci è difronte?

È stravagante osservare come il facoltoso, il famoso, la star o l'eroe al culmine del successo assoluto, ricerchino con quel fare ossessionante l'anonimato per sfuggire alla dipendenza soffocante della notorietà tanto ambita e ricercata quando erano anonimi, ma rifiutata adesso che la percezione di essere diventati celebri li hanno resi di fatto dei burattini, degli oggetti, degli strumenti idealizzati ed usati dalla massa cui devono dare sempre conto.

Avviene dunque uno scambio strano tra coloro che dall'anonimato percorrono le più peculiari ed irte strade per giungere forse un giorno alla notorietà e coloro che vi ritornano, facendo finta però di non riconoscersi, quando si incontrano a metà strada di questo illusorio sentiero. Ciò che viene conquistato, per la paura del perderlo, non dovrà essere sempre riconquistato a sua volta per essere mantenuto? E la conquista, sazierà il desiderio del possesso, oppure il possedimento raggiunto addurrà maggiori volizioni? Questa schematica e reiterata lotta, non adduce forse, tra alcune brevi gioie, lunghe sofferenze, continue frustrazioni, indolenti agonie, contrastanti divisioni e quella tensione insostenibile della noia del dolore, che è l’appassire nell’isolamento?

Ciò che è senza nome ci sembra vacuo, indefinito ed impalpabile, ecco perché rifuggiamo sempre l’anonimato e cerchiamo di essere qualcuno o qualcosa, attraverso un nome che possa identificarci in una sensazione piacevole in cui ci sentiamo reali. Ma solo quando non cercheremo più di essere a tutti i costi qualcuno o qualcosa, la lotta interiore finirà ed allora che si abbia un nome o meno, quello che conterà sarà la libertà del vivere diligentemente per ciò che siamo, senza più la paura di non essere nulla.

L’anonimato e l’eccidio della negligenza testo di Insideyou
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